da "il Sole 24 Ore", Lunedì 11 Giugno 2001


All’approvazione della conferenza Stato-Regioni i criteri che le amministrazioni locali devono seguire per le strutture di emergenza
Pronto soccorso con «filtro» dei pazienti


Paese che vai, servizi di pronto soccorso che trovi. Eppure, tanta difformità di approccio e di mezzi non dovrebbe esserci in Italia, visto che già dal 1996, nel nostro Paese esistono le «Linee-guida sul sistema di emergenza sanitaria», emanate in applicazione del Dpr del 27 marzo 1992 relativo all’atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza.

Per dare finalmente applicazione concreta a quella normativa, la Conferenza Stato-Regioni sta per approvare un documento mirato di cui forniamo alcune anticipazioni. I criteri e gli indirizzi generali forniti dal ministero della Sanità alle Regioni e alle Province autonome puntano soprattutto su quattro aspetti: triage intraospedaliero (valutazione: si veda oltre) per gli utenti che accedono direttamente al pronto soccorso: formazione, aggiornamento e addestramento permanente del personale operante nel sistema dell’emergenza sanitaria; realizzazione di unità spinali e centri traumi nelle mielo-cerebrolesioni; chirurgia della mano.

Triage. È la punta di diamante del riassetto dei servizi di emergenza. Dal francese «trier» (scegliere, selezionare) questo strumento organizzativo, “disegnato” già dall’atto d’intesa Stato-Regioni del 1996 prevede la valutazione e la selezione immediata degli utenti che si rivolgono al pronto soccorso da parte di infermieri appositamente formati. La "chiave" sta nell’assegnazione di un «codice di gravità» tradotto in colori: rosso, per i pazienti con funzioni vitali compromesse che necessitano di interventi immediati; giallo, per chi ha bisogno di accedere con urgenza alle sale visita; verde, per gli utenti affetti da forme morbose lievi; bianco, per chi non versa in condizioni critiche (e anche per si rivolge impropriamente al pronto soccorso). Il triage si è affacciato in varie strutture sanitarie del Paese, con maggiore o minore fortuna. Ma comunque con poca incisività, se le nuove linee guida si pongono come obiettivo quello di «affrontare specificamente la funzione di triage a livello ospedaliero e in particolare nelle strutture complesse di pronto soccorso». Come dire che la «valutazione e selezione immediata usata per assegnare il grado di priorità per il trattamento quando si è in presenza di molti pazienti» deve diventare la regola, e non l’eccezione, nei reparti di emergenza e urgenza. Soprattutto, il triage va applicato secondo criteri il più possibile omogenei in tutte le strutture del Ssn. In primo luogo, correlandolo al numero di accessi: è obbligatorio nei presidi con oltre 25mila richieste, così come in quelli che si trovano ad affrontare flussi particolarmente elevati in occasioni particolari (turismo stagionale, fiere, manifestazioni). In secondo luogo, va definita la formazione degli infermieri professionali incaricati di «trier». In terzo luogo, occorre applicare con rigore i «codici colore», anche nella fase extraospedaliera, quando diverse figure (anche soccorritori, volontari e medici rianimatori) si trovano a fronteggiare situazioni di emergenza sul territorio.

Formazione del personale. Le linee guida in via di approvazione si propongono soprattutto di creare un sistema di formazione e di aggiornamento permanente che faciliti la creazione di un linguaggio comune tra tutti gli operatori che a diverso titolo sono coinvolti nella gestione del sistema dell’emergenza: medici dipendenti del Ssn e convenzionati, infermieri, soccorritori, volontari, personale amministrativo. Il tutto, ovviamente, nel rispetto delle specifiche competenze. Il documento traccia percorsi di aggiornamento ad hoc per ciascuna figura professionale.

Chirurgia della mano. Scarsi e maldistribuiti i centri specialistici attivi in Italia: secondo la fotografia presentata nelle nuove linee guida (che risale al 1998) le strutture complesse di II livello previste dall’intesa Stato-Regioni del 1996 (per le prestazioni legate al trattamento di lesioni gravi) sono appena 21, di cui ben 15 al Centro-Nord. Di qui la necessità di potenziarle e di istituirne di nuove «al fine di garantire una copertura omogenea sul territorio». Obiettivo: creare una rete integrata per gestire le emergenze, coordinando il livello clinico con quello organizzativo.


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