da "il Sole 24 Ore", Lunedì 15 Gennaio 2001


Intervista a Umberto Veronesi
«Ci vogliono centri diagnostici sul territorio»
Ai primi di febbraio il ministro presenterà il progetto di riorganizzazione


Professor Veronesi, le liste d’attesa sono un dramma vecchio per i pazienti. Lei ha istituito in novembre un Comitato ad hoc per indicare proposte e soluzioni. Cosa dobbiamo aspettarci?
Il Comitato sta lavorando per dare risposte intelligenti a un problema gravissimo. A cominciare dalla valutazione della "scala delle necessità" delle prestazioni. Anzitutto va distinto il problema delle liste d’attesa tra esami diagnostici e ricoveri. Quindi tra interventi ed esami urgenti o di prevenzione, spesso programmabili. Oggi purtroppo, almeno per gli esami diagnostici, l’operatore che riceve la richiesta per telefono o per via telematica può non sapere se l’esame è urgente o se è programmabile.

La programmazione come prima cartina di tornasole, dunque. Ma, concretamente, quali possono essere gli interventi da attuare?
Entro la prima settimana di febbraio presenterò ufficialmente la proposta di riorganizzazione della diagnostica sul territorio e il nuovo modello di ospedale progettato da Renzo Piano.

Quali linee operative contraddistingueranno i due progetti?
La diagnostica va distaccata dalla terapia e portata interamente sul territorio. Oggi gli esami diagnostici si fanno spesso negli ospedali, caricandoli di attività anche inutili e obbligando i pazienti a percorrere chilometri e chilometri per raggiungere l’ospedale. Per dover poi sopportare le liste d’attesa. Non è un caso che la diagnostica si sia sviluppata nel settore privato, con strutture collocate nel contesto abitativo dei pazienti. Ecco, è questo il modello da seguire: creare centri diagnostici pubblici diffusi sul territorio. La riduzione delle liste d’attesa sarà una conseguenza diretta.

E per le attese nei ricoveri?
La riforma deve dare efficienza alla rete ospedaliera. Oggi abbiamo troppi ospedali. Per di più con una degenza media troppo lunga, che andrà ridotta a 3-4 giorni. Questo sarà il grande sforzo da compiere: riducendo la durata dei ricoveri, potremmo aumentare il turn-over per posto letto a 70 pazienti l’anno.

I dipendenti dovranno lavorare di più?
Certamente è una soluzione. Anche se per la diagnostica la risposta sarà la creazione di più centri sul territorio. Ma soprattutto dovranno lavorare più a lungo le apparecchiature. Perché è anche un problema di investimenti: le macchine, sempre più sofisticate e costose, hanno una vita media limitata e anche per questo devono poter andare al massimo. Per dare risposte in tempi rapidi alle richieste dei pazienti e per remunerare gli investimenti fatti.

Si prospettano "orari doppi" per i medici negli ambulatori?
Certamente, estendendo l’orario di attività le liste d’attesa sarebbero ridotte notevolmente. Anche se c’è un altro problema da risolvere: la carenza di medici in alcune specialità, come i radiodiagnistici, gli endoscopisti, forse i patologi. È un’altra stranezza che ci contraddistngue, se si considera che siamo il Paese che ha il più elevato rapporto medici/abitanti.

Ci saranno novità anche per i medici di famiglia?
Il nuovo ruolo dei medici di medicina generale è l’altro cruciale capitolo che affronteremo in febbraio.

Cosa cambierà?
Oggi il medico di medicina generale prescrive, è quasi un impiegato. Deve invece tornare a fare il medico. E potrà così aiutare a ridurre le liste d’attesa, a ridurre i ricoveri e anche i costi per l’intero sistema sanitario pubblico.

Ministro, la realtà ci dice che aggirare le liste d’attesa è possibile: basta "andare" in intramoenia. E pagare.
E questo è inaccettabile. È inammissibile che esista un doppio regime per l’accesso alle cure e che per evitare le liste d’attesa si debba pagare di più. Una situazione incresciosa che nasce da un equivoco: ci si è scordati che l’intramoenia è una possibilità offerta ai pazienti per scegliere il proprio medico. E non per bypassare le liste d’attesa. Non sono accettabili le differenze macroscopiche tra la durata delle liste d’attesa in attività ordinaria e quella per le prestazioni in intramoenia. Incontrerò presto i direttori generali e chiederò loro interventi e chiarimenti. L’equazione "se paghi ti ricovero subito, se non paghi aspetti", non è degna di un Paese civile.


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