da "il Sole 24 Ore", Lunedì 11 Settembre 2000


A più di un anno dal varo l’attuazione del Dlgs 229/99 è lettera morta: il Governo non ha emanato i provvedimenti di sua competenza
Riforma ter, 15 mesi di promesse tradite
In porto solo le disposizioni per i manager e il contratto dei medici


Si fa presto a parlare di riforma ter del Servizio sanitario nazionale. A cinque mesi dalla nascita del Governo guidato da Giuliano Amato, e del contemporaneo insediamento del professor Umberto Veronesi sulla poltrona occupata nei quattro anni precedenti da Rosy Bindi, di quella che dovrebbe essere la madre di tutte le leggi sanitarie non v’è traccia alcuna. O quasi. E mentre i suoi sostenitori incalzano (ma con "garbo") per ottenerne l’applicazione, i più accaniti detrattori non scalpitano più di tanto: se una legge non è applicata, praticamente non c’è. Cosa combattere?

È nella terra di nessuno delle promesse amate-odiate che la riforma ter del Ssn (Dlgs 229/99) continua a sopravvivere dal momento del suo varo, ormai più di 15 mesi fa. Da allora — mentre sotto i ponti è passata una Finanziaria e un’altra s’affaccia e le elezioni politiche intanto incalzano — di quella messe di provvedimenti attuativi, a carattere nazionale e quindi regionale, poco o punto s’è visto. Praticamente soltanto un decreto ministeriale sulla formazione dei futuri manager sanitari. Senza dimenticare però la firma del contratto nazionale per la dirigenza, medica e non. Certamente un passaggio di vitale importanza nell’ottica della riforma ter del Ssn, che tanto ha investito sull’esclusività del rapporto di lavoro dei camici bianchi pubblici. Ma quel contratto (con tanto di premi agli intramoenisti) deve tradursi a questo punto in risultati concreti per gli assistiti: in liste d’attesa da azzerare, in certezza di prestazioni anche in regime ordinario (ovvero non in in libera professione), in camere a pagamento da realizzare. E non solo in buste paga più gonfie per i dottori.

E se i medici — ma lo scontento non manca in una categoria che pure quasi al 90% avrebbe scelto l’attività intramoenia — possono dire di avere almeno in parte incassato il dividendo della riforma ter, della "legge Bindi" nient’altro è approdato agli onori della «Gazzetta Ufficiale». Tanto che parlare di «incompiuta», per una volta, non è un’esagerazione.

Provare per credere. Legge alla mano, e soltanto riferendosi ai più importanti provvedimenti di origine ministeriale (si veda la tabella) per i quali era indicata una data di attuazione, il vuoto applicativo è desolante. L’integrazione socio-sanitaria resta una pia illusione dall’ottobre del 1999; dal gennaio del 2000 il nuovo accreditamento e tutte le sue attuazioni a cascata sono lettera morta. Della disciplina dei Fondi integrativi s’è persa traccia, così come dei controlli su appropriatezza e qualità dell’assistenza. Di nuove tariffe e di accordi, nulla si sa. Insomma: attesa con tutte le tessere del mosaico al loro posto entro il maggio scorso, la riforma ter è ancora un sogno o un peccato (a seconda dei gusti) dai frutti acerbi. E chissà per quanto ancora. Anche perché tutto rischia di restare in naftalina almeno fino alle prossime elezioni politiche.

Nel frattempo però qualcosa si sta muovendo. A sollecitare un intervento al ministro sono state le Regioni (non senza spaccature tra giunte di centro-sinistra e di centro-destra), poco prima delle ferie estive. Chiedendo espressamente in un documento l’impegno del Governo di presentare entro il 31 dicembre del 2000 un pacchetto di provvedimenti portanti: la proposta sulla definizione dei livelli essenziali di assistenza, con quanto ne consegue per l’integrazione socio-sanitaria e per il regolamento sui Fondi sanitari integrativi; e chiedendo ancora, per fine anno, l’adozione sia dell’atto di indirizzo e coordinamento relativo al raccordo tra l’attività degli Irccs e la programmazione regionale, nonché i provvedimenti di competenza della Sanità per la riforma dei rapporti tra Ssn e Università.

Veronesi, per la verità, qualcosa ha cercato di mettere in cascina in questi mesi. È il caso del decreto correttivo varato dal Consiglio dei ministri prima dell’estate in buona parte dedicato alla defatigante "questione intramoenia". Non è invece ancora riuscito, il ministro, a chiudere definitivamente la partita per la convenzione dei medici di famiglia. Ha però, questo sì, insediato i suoi gruppi di lavoro: per l’aggiornamento continuo dei medici, aspetto cruciale eppure trascurato nella sua portata innovativa, che a breve dovrebbe produrre i suoi risultati; per le nuove tariffe e per i Fondi integrativi. Sono qui per applicare la riforma e per migliorarla, ha sempre detto il ministro della Sanità. Che si prepara a divulgare il nuovo modello di ospedale, piccolo ma super efficiente. E a mettere nero su bianco il prossimo Piano sanitario nazionale.

Intanto il tempo incalza. La Finanziaria 2001 è alle porte. E il federalismo si fa largo: arrivi o meno la devolution che tanto sembra piacere almeno a una parte delle giunte di centro-destra, dal prossimo anno dovremo aspettarci l’abbandono del vincolo di destinazione per i fondi destinati all’assistenza sanitaria, anche se fino al 2003 le Regioni dovranno garantire risorse non inferiori a quelle stanziate dal riparto dei fondi nazionali. Resta il fatto che dal prossimo anno "chi rompe paga": vale a dire che i deficit sanitari provocati per responsabilità locali, saranno pagati interamente dalle Regioni. Come? Addossandone i costi ai cittadini con i balzelli locali. È il prezzo del federalismo sanitario. Che, per inciso, già dal 2001 potrebbe non avere più l’ombrello di un ministero doc per la Sanità. Dalla prossima Legislatura, potrebbe esserci solo un vice ministro. E poi, chi se la prenderà più con "Roma ladrona"?


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