da "il Sole 24 Ore", Venerdì 7 Luglio 2000


Altolà delle Regioni al Governo sulla sanità: servono altri 5mila mld


ROMA - Le Regioni danno l'altolà al Governo sulla spesa sanitaria. E continuano a battere cassa: chiedono altri 2mila miliardi per poter azzerare i debiti pregressi fino al 1999, che hanno raggiunto quota 15mila miliardi ma che la Finanziaria 2000 ha lasciato in parte scoperti. Pretendono 3mila miliardi aggiuntivi per far decollare l'attività libero professionale dei medici dentro le mura del Servizio sanitario nazionale. Ma soprattutto insistono: i finanziamenti statali sono troppo bassi. Vanno perciò integrati, riportandoli al 5,65 sul Pil per il 2000 e per il 2001. A conti fatti, qualche altro migliaio di miliardi da aggiungere alle risorse previste dal Dpef. È in questo braccio di ferro tutto finanziario, con il Governo che ha deciso di prendere tempo, che s'è chiuso ieri un nuovo duro round in Conferenza Stato-Regioni.

L'ennesimo confronto sulla sanità s'è svolto ieri, a Palazzo Chigi, su due tavoli. Anzitutto al momento del parere che le Regioni dovevano esprimere sullo schema di decreto legislativo correttivo della riforma ter del Ssn, messo a punto dai tecnici del ministro Umberto Veronesi: provvedimento che è stato sostanzialmente bocciato, salvo lasciare aperta una "finestra" in occasione di una Stato-Regioni straordinaria convocata per mercoledì prossimo. Dall'altra, in occasione del successivo incontro, sempre a Palazzo Chigi, che ha inaugurato il "tavolo" sulla spesa sanitaria e che riprenderà giovedì 13 luglio.

Il tavolo sulla spesa. Da tempo annunciato, ha preso il via ieri il «tavolo sulla spesa sanitaria», dove il Governo era rappresentato dal sottosegretario al Tesoro, Piero Giarda. Il tavolo della "verità sui conti", come è stato definito dal momento in cui è scattato a più riprese l'allarme sulla crescita della spesa sanitaria. Un allarme che in ogni caso le Regioni continuano a rinviare al mittente. Ecco così un nutrito pacchetto di richieste. A partire dai 2mila miliardi in più per ripianare i disavanzi fino al 1999. Per continuare con la posta più alta in gioco: ancorare le risorse al 5,65% sul Pil. Altrimenti, hanno dichiarato ieri le Regioni per una volta all'unanimità, sarà inutile parlare di «qualificazione e razionalizzazione» del Ssn. Non sono mancati però spiragli alla trattativa che riprenderà tra qualche giorno: probabilmente trovando già per il 2000 risorse aggiuntive al momento dell'assestamento di bilancio. Ma a patto che da entrambe le parti ci sia una reciproca sottoscrizione di responsabilità.

Stop al decreto Veronesi. Lo schema di Dlgs proposto dal ministro è stato respinto seccamente. «Non sembra che il Governo intenda portare avanti seriamente la riforma sanitaria», ha commentato il rappresentante dei presidenti regionali, Enzo Ghigo (Piemonte). E mani avanti anche da parte del coordinatore degli assessori alla Sanità, il veneto Fabio Gava.

Primo nodo del contendere sono i 3mila miliardi per realizzare le strutture in cui i medici dovranno esercitare l'attività libero professionale intramuraria: i governi locali chiedono certezza di risorse e pretendono che i finanziamenti non provengano dal mega fondo per la ristrutturazione edilizia. Devono essere fondi in più, insistono. Richiesta cui però il Governo non ha dato ieri alcuna risposta.

Ma al "battage" finanziario hanno aggiunto anche una onerosa lista di cancellazioni e di aggiunte al testo predisposto dal ministero della Sanità. Un «no» secco è stato dato all'ipotesi di aprire ai civili le porte degli ospedali militari. Bocciate anche le regole sui consulti dei medici scritte dagli esperti del ministro. Ed ecco poi una sfilza di richieste: una mini Aran per le convenzioni, mani più libere alle Regioni sui propri Piani sanitari e sulle sperimentazioni gestionali, nessuna aspettativa ai manager delle Asl che provengono dal pubblico, misure nuove di zecca per la costituzione delle aziende ospedaliere.

Tra riscritture e aggiunte, il testo governativo verrebbe sostanzialmente rifatto. Per questo ieri la partita è stata "sospesa". Riprenderà mercoledì 12 luglio. Nella speranza di trovare nel frattempo compromessi ed equilibri politici per cercare di non vanificare un risultato - l'esclusività del rapporto di lavoro dei camici bianchi - che è uno degli assi portanti della riforma sanitaria. Che fin qui è rimasta di fatto inapplicata: ma non per i medici, che nella busta paga di luglio troveranno gli aumenti previsti dal nuovo contratto. In media, 1,2-1,5 milioni netti al mese in più.


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