da "il Sole 24 Ore", Giovedì 15 Luglio 1999


Confindustria boccia la riforma Bindi: meno intervento pubblico nella Sanità


ROMA — «La riforma sanitaria approvata dal Governo pone un pesante macigno sulla modernizzazione del Paese, ingessa ulteriormente un sistema economico e sociale dalle grandi potenzialità di sviluppo e di occupazione e crea le premesse per un aumento del prelievo sulle imprese». In un nuovo documento dei primi di luglio, Confindustria boccia senza appello la riforma ter del Ssn in procinto di pubblicazione sulla «Gazzetta».

Una stroncatura che tocca i cardini della riforma. Con una conclusione che mette in guardia: «Senza una riduzione dell’intervento pubblico in sanità (in termini di prestazioni direttamente garantite), rimarranno forti rischi di aumento della spesa pubblica, che verrebbe finanziata con nuovi prelievi, anche a livello regionale, soprattutto sulle imprese». Processo di aziendalizzazione, Asl, sperimentazioni, tariffe, accreditamento, Fondi integrativi, finanziamento: questi i capitoli della riforma messi all’indice. Ecco perché.

Aziende virtuali. Il modello delle aziende speciali, pur essendo «un passo avanti», nega la «par condicio» tra operatori pubblici, sempre e anche più di oggi privilegiati, e quelli privati.

Asl tuttofare. Alle Usl resteranno insieme i poteri di programmazione-acquisto-produzione-controllo delle prestazioni. Altro che separazione di poteri ed efficienza: resterà intatto il conflitto di interessi.

Sperimentazioni al palo. Si lamenta il freno all’autonomia delle Regioni «nell’individuare le migliori soluzioni organizzative» locali. Bloccando la creazione di società miste aperte ai privati: emblematico, e citato, il caso della Lombardia.

Privati fuorigioco. Il sistema di autorizzazioni, accreditamento, accordi contrattuali «è penalizzante nei confronti dei privati». E limita il principio di libera scelta dell’assistito.

Finanziamento con trappole. Il sistema di finanziamento basato per la massima parte sull’Irap, intanto, avrà un impatto negativo sul sistema delle imprese. Ma a complicare le cose è la contestualità tra determinazione dei livelli pubblici di assistenza (prestazioni fornite dal Ssn) e individuazione delle risorse. Una scelta che «se valutata congiuntamente a una prospettiva di crescita della domanda e a una continua evoluzione dei modelli di consumo in sanità, potrebbe generare un aumento significativo della spesa pubblica» di settore.

Il tradimento dei Fondi integrativi. Il sistema punta solo a creare «un ulteriore canale di finanziamento» per il Ssn, creando «seri problemi di finanziamento» ai Fondi esistenti, spesso creati a seguito di liberi accordi fra le parti, e penalizzando lavoratori e categorie. Nel complesso il sistema delle imprese «rischia di vedersi ulteriormente addossare il peso del finanziamento della sanità, sia con la fiscalità generale che attraverso i nuovi Fondi.

Che fare? Quello delle risorse resta l’«elemento di grande criticità, soprattutto in relazione all’indeterminatezza del- l’universalismo del Ssn». Per questo si propone di puntare senza indugi a un «universalismo sostenibile». Si dovrà individuare un «pacchetto-base» di prestazioni per tutti, mentre la copertura pubblica totale andrà garantita alle fasce più deboli («per ricchezza/reddito e/o per bisogno sanitario»). Solo a questo punto andrebbe valutata «una selettiva regolamentazione delle forme di assistenza integrativa. Ma badando a rendere obbligatori i sistemi integrativi, per dimostrare che non è volontà degli industriali creare una «sanità di serie A» per chi può permettersi i Fondi integrativi e un’assistenza residuale» per i meno abbienti: per le fasce deboli, si propone, l’integrazione potrebbe essere pagata dallo Stato.


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