La nuova Sanità -
Presentato ieri alle Regioni e ai sindacati il progetto del ministro della
Salute in attesa dell'esame al Consiglio dei ministri.
Medici,
l'esclusiva al capolinea.
Libera
professione senza vincoli e tagli in busta paga - Per la Bindi è un
«intollerabile ritorno al passato»
ROMA - O tempo pieno o tempo parziale, con pari opportunità di carriera e livello retributivo inalterato. Con l'esclusività del rapporto con la "casa madre", il Ssn, che viene azzerata. E la possibilità di esercitare senza confini la libera professione, dentro o fuori le mura dell'azienda sanitaria, ma a patto che prima siano sforbiciate le liste d'attesa anche tenendo aperti gli ospedali più a lungo. E ancora: in pensione a 70 anni, o anche a 72 anni ma solo per la ricerca e la didattica, senza dunque più poter assistere i pazienti. Uno schemino piccolo piccolo, pochi principi generali. Ma abbastanza per sollevare i primi temporali. E oplà: eccola la riforma dello stato giuridico dei medici pubblici targata Girolamo Sirchia.
È stato lo stesso ministro della Salute a presentare ieri il suo riordino (ora da tradurre in articolato) a Regioni e sindacati. Ricevendo modesti complimenti anche dalla sua maggioranza, qualche freddezza e aperte contestazioni dal centro-sinistra, sia politico che sindacale. Ma si va avanti. Regioni permettendo e fronda medica concedendo. Per un approdo - un ritorno al pre 1992 che Sirchia difende (si veda l'intervista) a tutto tondo - in Consiglio dei ministri al più tardi entro due settimane. Lasciando poi la palla a un Parlamento che non ci sta più a vivere (come accaduto con la legge taglia-spesa) un'altra stagione in cui fare da notaio di scelte prese sull'asse Governo-Regioni. E con le stesse Regioni - forse non solo del centro-sinistra - che potrebbero arroccarsi: facendo in proprio, sulla scorta dell'autonomia federalista, o ribellandosi davanti alla Consulta.
È in questo ginepraio che Sirchia ha deciso di fare la sua mossa. Riscuotendo sulle prime un difetto di consensi e registrando l'ennesima spaccatura sindacale. Anzitutto i giudizi positivi. Del ministro Enrico La Loggia: «Mi sembra si possa registrare un buon clima di collaborazione». E ancora i «sì» del sindacato Cimo («Si avvia finalmente quel processo di controriforma promesso dalla Cdl»), di Federazione medici (con la Uil), della Cisl di Intesa medica e dei Coas.
Sull'Aventino gli altri sindacati. L'Anaao Assomed, decisamente contraria, vuole il "tavolo a tre" con le Regioni. La Cgil conferma la rottura col Governo («una presa in giro per i pazienti»). Poco entusiasti, poi, i politici. Se il centro-destra ha contestato la mancata informazione preventiva verso i suoi parlamentari, assai più duri sono stati i commenti dal centro-sinistra. «Non c'è cittadino che possa tollerare che i medici pagati dal Ssn tornino a fare attività fuori dall'ospedale e senza vincoli», ha tuonato Rosy Bindi (Margherita) contro l'«intollerabile ritorno al passato». E di riforma «confusa, inaccettabile e immorale» hanno parlato Livia Turco (Ds) e Maura Cossutta (Pdci). Infine le Regioni. Se il centro-destra ieri ha scelto la linea del silenzio, non altrettanto ha fatto il centro-sinistra. «Il collegamento con l'abbattimento delle liste d'attesa è illogico - ha detto Giovanni Bissoni (Emilia Romagna)-. Anzi, peggiorerà qualsiasi possibilità di controllo. Questi provvedimenti, poi, non sono più di competenza di Governo e Parlamento». Non è da meno Enrico Rossi (Toscana): «La nostra contrarietà è totale e assoluta. Sia perché invasiva delle nostre competenze, sia perché un ritorno al passato di questo tipo rischia di ampliare la sanità a pagamento e di restringere quella istituzionale».
Ma c'è un altro carico da novanta, di tipo finanziario: chi pagherà gli 1,65 mld € (3.200 miliardi di lire) dell'attuale indennità di esclusiva? Il contratto, dicono le Regioni, parla chiaro: se cambiano le regole, è tutto da rinegoziare. Ma ecco la riforma-Sirchia in pillole. Due soli rapporti di lavoro. I rapporti di lavoro dei medici Ssn saranno a tempo pieno o a tempo parziale (già a tempo definito). In entrambi i casi si potrà esercitare la reversibilità della scelta e avere diritto alla direzione di struttura, ora permessa solo a chi ha scelto l'esclusiva. Esclusiva che, infatti, non esisterà più. Invariate le attuali retribuzioni: l'indennità di esclusiva diventerà indennità di tempo pieno. In pensione più tardi. Per entrambe le tipologie - tempo pieno o parziale - si allunga l'età pensionabile: 67 anni, più altri tre (70), a seconda delle esigenze aziendali. Ma si potrà andare in pensione anche a 72 anni, se l'azienda lo richiede: senza compiti assistenziali, ma solo di ricerca e didattica.
Libera professione a tutto gas. Porte spalancate all'esercizio della libera professione. Quella in azienda, «prioritaria e programmata» con l'obiettivo di «ridurre le liste d'attesa per le prestazioni più urgenti». Solo in questo caso si avrà diritto alla libera professione «volontaria», da esercitare nell'azienda stessa o nelle strutture private convenzionate con l'azienda, da retribuire con «tariffe calmierate». Infine, apertura piena alla libera professione privata tout court, senza regolamentazione aziendale, da esercitare negli studi privati e nelle strutture private non accreditate col Ssn. Fin qui lo schema di riforma. Aspettando il testo finale. E i girotondi politico-parlamentari dei giorni che verranno.