«Un sistema da non demonizzare», da il Messaggero Giovedì 15 Maggio 2003

da "il Messaggero", Giovedì 15 Maggio 2003


Fatarella, ex numero uno dell’«Umberto I» di Roma

«Un sistema da non demonizzare»


ROMA - Riccardo Fatarella, 53 anni, uno dei manager più richiesti dalle aziende sanitarie, ora all’Acea servizi, sei anni fa si dimise dall’incarico di direttore generale del Policlinico Umberto I, nella capitale, a causa dell’«incertezza dei poteri» che gli impedivano di «correggere la gestione» della più grande azienda ospedaliera d’Italia.

Dottor Fatarella, che cosa accadde allora?
«Non c’erano le condizioni sufficienti per fare il mio lavoro. Era marzo del ’97. Scrissi una lettera a Tecce, che era rettore, e dissi che non avevo alcuna intenzione di fare il “direttore ornamentale". L’azienda non era un’azienda, non aveva neppure autonomia finanziaria, nè figura giuridica autonoma. Mancavano gli elementi per farla funzionare. Avevo le mani legate, me ne andai. Trascorso un anno, dopo un periodo particolarmente duro e difficile dell’Umberto I, venni richiamato. Ci fu il cosiddetto "Fatarella 2", il mio secondo periodo di gestione del Policlinico, con nuovi strumenti operativi».

Ma lei, si era dimesso per polemica con i politici?
«No, non ero in conflitto con chi mi aveva nominato. Non demonizzerei questo sistema. Tra l’altro io, per un certo tempo, sono rimasto al mio posto anche dopo il cambio di governo alla Regione».

Quale è il rapporto ospedali-politica? Le è mai stato chiesto di nominare Tizio o Caio?
«La politica detta gli obiettivi di carattere generale e ne controlla la realizzazione. Alle strutture, alle aziende, il compito di attuare quegli obiettivi. Certo, molto dipende dalle scelte che vengono fatte, dipende dagli uomini ai quali vengono assegnati gli incarichi. I problemi nascono quando si scelgono persone inadatte alle posizioni».

Il ministro Sirchia dice che la politica governa gli ospedali...
«Se lo dice il ministro deve essere così. Certo, ci sono state e forse ci saranno delle intromissioni indebite. Ma non si può scegliere ascoltando le sirene della politica o di questa o quella lobby. Comunque, se un dirigente di Asl si lascia influenzare, e sbaglia la scelta, si vedono i risultati negativi e ne è direttamente responsabile».

Qual è la via d’uscita?
«Le scelte non possono essere fatte pensando solo al colore politico. I direttori delle Asl devono essere capaci e competenti. Che le nomine possano essere politiche tutto sommato è secondario. Ma per quello che mi riguarda, da dirigente, ho sempre difeso l’autonomia di gestione delle aziende. Se si pratica l’autonomia e si ha senso di responsabilità non si sbatte con la politica. La difesa dell’autonomia è l’unico modo per essere svincolati dal potere».

E le nomine di funzionari e primari?
«Prima dell’aziendalizzazione venivano selezionati attraverso i concorsi, la commissione tecnica aveva rappresentanti del mondo universitario e sindacale, ma era soprattutto di nomina politica. Significa che i concorsi erano tutti venduti? Direi proprio di no. Però ora, con le nomine fatte dai direttori generali delle Asl c’è una maggiore trasparenza. Chi fa la nomina se ne assume la responsabilità».

Lei da direttore del Policlinico ha attraversato momenti difficili. A marzo del ’97, dopo le dimissioni, passò a dirigere l’azienda sanitaria dei Castelli romani.
«Semplice, al Policlinico non mi riusciva di rendere operativa la fiducia che mi era stata data. Avevo chiesto deleghe sufficienti per correggere la gestione, ma i poteri che mi erano stati dati non erano sufficienti. Dopo, quando sono tornato, l’azienda universitaria era autonoma ed ho cominciato a lavorare, avviando un nuovo percorso».


Ritorna alla pagina precedente