da "la Padania", 26 Novembre 1999


I professionisti padani sui limiti posti dal decreto Bindi.

Medici senza libertà.

Medici senza libertà. Si spara nel mucchio con norme non costituzionali.


"Così com’è è anticostituzionale perché limita pesantemente l’esercizio della professione; sarebbe stato più corretto affrontare prima i problemi della sanità, che non verranno certo risolti obbligando il medico a non fare più nulla dopo le otto ore di lavoro".

Marco Catalano, dell’associazione medica padana, fa il punto sul decreto ministeriale 229 del 19/6/99 che obbliga il medico al rapporto di lavoro esclusivo con la struttura sanitaria dalla quale è stipendiato. "Il problema principale - avverte Catalano - tra l’altro resta la lottizzazione partitica delle Asl, occorre infatti sperare nella saldezza morale dei responsabili perché le cose funzionino. In alcuni casi è giusto usare l’accetta, ma il decreto ha il torto di generalizzare; oltretutto il decreto consente forme di lavoro indipendente, ma penalizzando fino all’eccesso".

Sempre sul decreto della Bindi, Guido Caprio, delegato regionale dell’Associazione Medici Cattolici della Lombardia, ha rivolto un appello al cardinale Carlo Maria Martini. "La preghiera che Le rivolgo - scrive Caprio - è di portare all’orecchio del potere la necessità della gente comune di poter scegliere sempre, ora e in futuro, il medico, lo specialista e il luogo di cura di propria fiducia. Questa grande libertà è fortemente compromessa dal decreto ministeriale; tanti medici ospedalieri, che prestavano la loro opera in consultori interdecanali o in altre strutture di volontariato, saranno costretti a dare le dimissioni da queste strutture per non essere accusati da parte della direzione dell’ospedale di attività libero professionale estranea al rapporto di lavoro esclusivo". Dal Veneto, infine, giungono accuse alla Bindi inerzia nei confronti degli Istituti per la lotta ai tumori.


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