da "il Manifesto", Mercoledì 15 Marzo 2000
Da oggi il medico è "double face"
Studi "privati" nelle strutture pubbliche
Nessuna proroga. I medici avevano tempo fino a ieri sera per decidere se esercitare la professione nelle strutture pubbliche o all'esterno di queste, da privati. Da oggi, in assenza di una scelta esplicita, sono "in esclusiva" della sanità pubblica, se in essa precedentemente inquadrati.
Lo ha confermato il ministro, Rosy Bindi, smontando così le ipotesi dei giorni scorsi (i ricorsi al Tar, le lettere di alcuni rettori, ecc. avevano fatto pensare alla possibilità di un rinvio). Le schiere dei "resistenti" sono del resto assai esigue. Circa l'85% dei quasi 105mila medici ospedalieri italiani ha già optato per l'"attività intramoenia".
Una decisione su cui ha influito la chiusura del contratto (in termini molto positivi per la categoria) e la grande libertà che la cosiddetta "esclusiva" lascia ai medici. Con questa riforma, infatti, coloro che scelgono di esercitare la professione all'interno del servizio sanitario nazionale possono farlo anche da privati all'interno della struttura ospedaliera, che dovrà mettere loro a disposizioni spazi e personale paramedico o impiegatizio per consentirgli di esercitare l'attività da privati ("intramoenia", appunto). In cambio medici vedranno trattenuta una piccola parte dei loro guadagni "privati". E' chiaro che una condizione simile è più che favorevole, dal punto di vista economico, al personale medico. Le difficoltà che esistono riguardano soprattutto la disponibilità di personale (infermiere, segretarie) e di strutture (su circa il 50% degli ospedali). Certo, per quanti erano abituati a non fatturare le visite private il sistema adottato si traduce in un maggiore controllo, quantomeno fiscale.
L'opzione per il rapporto unico con il servizio sanitario nazionale sarà inoltre condizione indispensabiule per accedere agli incarichi di più alto livello; e solo chi lavorerà nel pubblico avrà diritto ad un'indennità fissa che - rispetto ai livelli attuali - sarà superiore anche del 30%.
Ma le preoccupazioni maggiori sono avanzate proprio dai difensori del sistema della sanità pubblica. La possibilità per i medici di fare i "privati" all'interno stesso dell'ospedale "pubblico" porterà con sé l'inevitabile conseguenza di un allungamento dei tempi di attesa per quegli utenti che si affacceranno al lato "pubblico" della sanità. Già ora, per molte analisi - ad esempio - si ottengono appuntamenti a 5 mesi di distanza; mentre nel privato si viaggia a giorni (pagando profumatamente, è chiaro). Una tendenza che potrebbe distruggere quel tanto di efficienza che ancora (r)esiste nella sanità pubblica.
E' una (forse la principale) delle ambiguità presenti nella riforma Bindi. La scelta professionale andava imposta, ma l'averla scambiata con il permesso di esercitare privatamente in una struttura pubblica potrebbe rivelarsi rimedio peggiore del male.