I medici specializzandi si ribellano: stanchi di essere trattati come «massa sanitaria di manovra», contestano la mancata tutela del loro iter formativo e chiedono di essere riconosciuti come lavoratori e non semplici studenti. «Per i magistrati siamo medici, per l'università studenti, per l'azienda ospedaliera manovalanza gratuita» lamenta il dottor Alessandro Zaramella, segretario padovano e dirigente nazionale dell'Amsce, l'associazione dei medici specializzandi e in formazione dell'Unione europea. In effetti, al titolo VI del decreto europeo riguardante la formazione dei medici specialisti, si introducono novità sostanziali: contratto di formazione-lavoro, percorso di formazione secondo norme precise, ridefinizione del contratto economico, contribuzione ai fini previdenziali nonché Osservatori nazionale e regionale della formazione medica specialistica. «La pubblicazione del decreto, avvenuta nel 1999 su direttiva Cee del 1993, suscitò notevoli entusiasmi. Purtroppo nessuna di queste norme ha trovato applicazione» è l'amaro commento di Zaramella, fermo nel ribadire la necessità di «cambiare forma giuridica agli specializzandi, con tanto di contratto di formazione-lavoro e ciò che ne consegue sul piano assistenziale e normativo».
Gli specialisti in formazione chiedono poi «reali tutele e garanzie su un iter formativo tarato sugli standard europei che prevedono tabelle con obiettivi teorici e pratici».
Roberto Serra è uno specializzando dalle idee chiare: «Si stanno scontrando due interessi contrapposti. Da un lato Regione e Azienda ospedaliera sono impegnate a ridurre la spesa sanitaria tagliando posti letto e servizi; dall'altro, l'Università mira, tradizionalmente, a sfornare medici preparati e di elevata specializzazione». Ciò che il giovane medico teme maggiormente è l'accentuarsi della tendenza affiorata negli ultimi tempi: «La Regione vede in noi una forza lavoro a basso costo da impiegare anche negli ospedali periferici, come se specializzarsi a Padova o a Rovigo fosse la stessa cosa».
Silvia Varotto, terzo anno di specializzazione al reparto geriatrico della Clinica Medica I, descrive la giornata lavorativa dei medici "non strutturati": «Entriamo in servizio alle 9 e veniamo impiegati come manovalanza svolgendo mansioni non di pertinenza medica. Facciamo più i postini che i dottori. Urgenze permettendo, stacchiamo alle 13 per farci un panino al bar o in mensa, dove paghiano 2,03 euro, mentre per i medici "strutturati" la tariffa è di 1,15 euro. Insomma, diversi anche nel cibo. Riprendiano alle 14, fine del lavoro? Non abbiamo orario».
I turni di guardia sono invece di 12 ore e vanno dalle 8 alle 20, oppure dalle 20 alle 8. «Ma in alcuni reparti si fanno 24 ore di seguito. E spesso ci viene chiesto di restare in servizio anche dopo la guardia. Ieri una mia collega, alle spalle 7 ricoveri notturni, ha dovuto partecipare a un meeting restando in ospedale fino al pomeriggio».
Quando si arriva all'aspetto formativo, fioccano note dolenti: «Ieri in Geriatria, su sette ore di lezioni teoriche, ne sono state svolte tre. Solo due docenti hanno avvisato del contrattempo, l'altro ha infilato un biglietto sulla porta dell'aula all'ora di pranzo» ricordano Silvia e la sua collega di reparto Giovanna Romanato. Ma c'è di peggio. «Una nostra collega ha abortito durante una guardia: lavorava 12 ore al giorno... » sussurrano le dottoresse con una punta di tristezza.
Alessandro Bertagnin, specializzando a Medicina Interna, fa un'anamnesi "schizofrenica" del problema. «Abbiamo due padroni, ognuno dei quali finge di non conoscere l'altro. C'è la parte accademica che pretende la qualità e il servizio in corsia che esige invece prestazioni lavorative pesanti. L'armonizzazione non esiste. La conseguenza? A una situazione di autodidattica sostanziale si va sommando l'autodidattica formale, con gli specializzandi incaricati di preparare gli studenti di Medicina».