da IL FOGLIO QUOTIDIANO,  GIOVEDÌ 16 MARZO 2000


La salute non è decretabile


Il disegno di Rosy Bindi, quello di un sistema sanitario nazionale efficiente e “universale” ha fatto un passo in avanti con l’adesione, pressoché obbligata, di gran parte dei sanitari al rapporto esclusivo con l’ospedale. Resta una certa confusione giuridica, e la riluttanza dei clinici universitari, in molti casi appoggiati dai rettori di importanti Università. Ma la sostanza della riforma è salva. L’obiettivo generale di garantire a tutti i cittadini una tutela efficace della salute, indipendentemente dal loro reddito (computato solo per il pagamento dei ticket), è senza dubbio una scelta civile. Il tono giacobino e persino le astuzie demagogiche come quella di promettere l’abolizione delle lunghe attese e delle file interminabili per sollevare l’opinione pubblica contro i clinici “ribelli” possono apparire un prezzo sgradevole ma accettabile per l’importanza del fine. Il punto è se sia realistico pensare di costruire un sistema sanitario moderno pubblico ed efficiente col metodo adottato dal ministro della Sanità.

Il primo problema è il centralismo, giustificato con l’argomento della uniformità del trattamento dei malati, ma che porta a conflitti pesanti con le autonomie universitarie e con quelle regionali, cui la Costituzione ragionevolmente demanda la materia sanitaria. Un piccolo e selezionato gruppo di consulenti raccolti attorno al ministero non può surrogare la collaborazione delle grandi istituzioni culturali e i presidi amministrativi diffusi sul territorio. La concentrazione dei poteri e del controllo al centro irrigidisce il sistema e lo rende di fatto meno efficiente. Tutti gli studiosi di organizzazioni complesse criticano le lunghe catene di comando di ispirazione centralistica ed è difficile che il volontarismo di un ministro possa cambiare la realtà.

C’è poi il problema delle risorse, che nel modello della Bindi debbono provenire dallo Stato, e che sono irrigidite dall’enorme disavanzo pubblico. Un sistema più flessibile e aperture sul piano fiscale permetterebbero invece di far partecipare alla spesa sanitaria contributi privati volontari, tanto utilizzati in altri paesi.

C’è infine il problema della competizione e della meritocrazia, motori di ogni miglioramento qualitativo, ostacolati dall’appiattimento egualitario della professione medica. Una situazione che risulta ancora più inaccettabile dopo che la sindacalizzazione esasperata dei paramedici, promossa dalla sinistra, ha prevalso negli ospedali. Per favorire queste spinte sono state sostanzialmente cacciate dalla sanità le suore, che prestavano la loro opera in base a puri principi etici. Ed è stravagante oggi voler risolvere i tanti problemi dei medici agitando tanto lo spirito di missione.


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