da "il Giornale", Sabato 26 Agosto 2000


Il Ministro si sfoga: che pasticcio questa Sanità

In una riunione riservata critica il suo predecessore ed elogia Formigoni: «Ho le mani legate dalla riforma Bindi, il sistema lombardo ha dato buoni frutti»


Saletta chiusa, riunione riservata. Da un lato il ministro della sanità, Umberto Veronesi, un medico, un insigne professore, un ricercatore, un oncologo, uno del mestiere. Dall'altro una platea di addetti ai lavori, amministratori degli istituti di cura e di ricerca. E nel mezzo, anzi sopra le teste, lo spettro della pasionaria dello statalismo sanitario, la popolare (ma non qui al Meeting ciellino di Rimini) Rosy Bindi, l'ex ministro con la sua riforma, la 229, tutta da riformare. Parla chiaro Veronesi, sa che non dovrebbero esserci cronisti in sala. In sintesi viene a dire: «Sono un medico, sto dalla vostra parte, faccio quel che posso per ridare smalto a un sistema che non va, ma ho le mani legate dalla riforma Bindi e dal Parlamento che c'è». Da un lato lo sconforto di Veronesi, ottimo ministro ma nel governo e nella maggioranza sbagliati, dall'altra la rassegnata delusione degli «operatori della sanità».

Alza per primo la mano Beretta, dell'Istituto Gaetano Pini di Milano, che chiede come fare a mantenere la legge 31, quella riforma sanitaria lombarda che aveva provocato autentiche scintille tra la Bindi e Roberto Formigoni. «C'è ampio spazio per il dibattito e anche per l'intesa - risponde Veronesi -. I rapporti tra noi sono molto buoni a livello personale e vicinissimi in termini ideologici. Si tratta ora di trovare gli strumenti tecnici. La Lombardia col suo sistema si è staccata dall'Italia e i risultati mi paiono buoni». Formigoni, che è presente, gongola. Peccato che ci sia questa legge. «Io - confessa il ministro - ho cercato di correggerla, ma ho trovato difficoltà a livello parlamentare. Il Parlamento aveva già approvato una riforma poco tempo prima, non se la sono sentita di tornare indietro. Io sono medico e comprendo le ragioni dei medici, ma non sarà facilissimo intervenire».

Altra domanda, dal Sant'Orsola di Bologna: «Ministro, si riuscirà a correggere l'incompatibilità totale prevista dal decreto Bindi per i professori universitari, o dovremo attendere la decisione della Corte costituzionale?». Veronesi: «Stiamo facendo acrobazie per trovare una soluzione che non confligga con la legge e che venga incontro a bisogni che io condivido, anche per evitare una sentenza che potrebbe essere una sgradevole sconfitta per chi ha voluto la legge».

Ancora da un milanese: «I nostri reparti sono falcidiati da defezioni dei migliori professionisti. Come si potrà attirare il capitale privato su strutture vecchie e obsolete?». Veronesi tira un altro sospiro: «Sono d'accordo, ho creato una commissione apposta per capire come muoverci all'interno di questa legge». Ancora la 229, che nelle parole del ministro pare fatta apposta per far impazzire i tecnici ad aggirarla, se si vuole che il sistema sanitario funzioni. «Idee radicali» annuncia il ministro riguardo ai rapporti tra ospedali e università. C'è, al lavoro, un'altra commissione. «Sono a favore degli University Hospital, gli ospedali universitari. I nostri policlinici non vanno più, sono confusi, distribuiti male sul territorio, antiquati. Insomma, sono un pasticcio. Mi piacerebbe un sistema organizzato in tre ordini di strutture: le aziende ospedaliere migliorate e potenziate, gli istituti per l'assistenza e la ricerca, e 25 ospedali universitari dove si faccia anche l'insegnamento».

Poi lo sfogo: «Bisogna disfare il pasticcio che si è accumulato negli anni grazie a provvedimenti largamente insensati...». Ancora: «Il sistema pubblico è sclerotizzato, il sistema dei concorsi va rivisto introducendo nuove norme perché così com'è, è poco incline a valutare i meriti e le capacità di innovazione. Bisogna trovare alternative e incentivi».

Interviene il presidente dell'Ordine dei medici di Rimini che chiede a che punto sia l'iter della legge sugli ordini professionali. Di nuovo Veronesi allarga le braccia, e se la prende col Parlamento: «Sarebbe un'ottima legge, il problema è che il Parlamento è un'aula difficilmente controllabile. Al mio ritorno cercherò di stimolare un passaggio più rapido». Il ministro si schiera per l'istituto delle Fondazioni pubblico-private, «organi separati e intermedi che dovrebbero a mio parere gestire tutti gli ospedali, col problema al solito di conciliare la legge e i bisogni reali». Infine, la formazione: «Va fatta anche negli ospedali, perché la vera formazione dura tutta la vita, anche nei luoghi di lavoro».

Non poteva mancare una domanda sul trattamento economico dei direttori generali. «Chi ha grandi responsabilità - risponde il ministro - va compensato. Però ci sono stranamente molte resistenze, non ne capisco la logica, forse si tratta di piccoli aspetti personalistici».

Fine. Veronesi viene accompagnato nel catino del Meeting. E qui, a porte aperte, stempera un po' i suoi giudizi. Parla di una «macchina gigantesca che va rimessa in moto», con un milione e 200mila dipendenti, un migliaio e più di ospedali, 200 Asl, 20 assessorati e un ministero. Parla, sì, dei forti «limiti» della 229, ma sottoscrive il principio per cui i medici ospedalieri debbano lavorare soltanto negli ospedali. Dà atto alla Lombardia di essere all'avanguardia, ed è già un passo avanti enorme rispetto agli anatemi anti-formigoniani della Bindi. «C'è un buon livello soprattutto nelle Regioni del Nord-Est: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana... Ma sono troppi in Italia i viaggi della speranza, sia all'estero, sia tra una regione e l'atra. Io non ho la bacchetta magica, e ho trovato questa legge, la 229, già fatta e votata. Soprattutto, non condivido l'appiattimento di tutte le figure: l'inevitabile e sacrosanta gerarchia delle funzioni è quella che permette a un ospedale di funzionare. Va salvaguardata la figura del medico, anche attraverso forti incentivi. Ci sto provando, con tutte le difficoltà di muoversi in una legge un po' limitativa. Il sistema paga lo scotto di una decadenza strutturale, i nostri ospedali sono in buona parte inefficienti, sono stati abbandonati, il cittadino lo percepisce. Non abbiamo molto spazio nella legge per procedere. Però tutte le leggi sono superabili e si possono mettere in discussione. Non c'è nulla  di assoluto su questa terra». Sulla devolution, perfetta sintonia tra Veronesi e Formigoni che spiega dal palco il «modello lombardo» della sanità. «Io e Formigoni abbiamo la stessa cultura del buon senso e della ragionevolezza». Ultimo annuncio: la carta sanitaria conterrà in bit l'equivalente  di 40 pagine scritte fittamente. La cartella clinica di una vita, per ciascuno. «resta da informatizzare il sistema». Contro la legge, contro questo governo e contro questo Parlamento. Auguri.


Ritorno alla Pagina principale