da "il Giornale", Domenica 28 Maggio 2000


Medici, l'obbligo di scelta demolito anche dal Tar.


Rischia di saltare clamorosamente per aria la riforma sanitaria voluta dall'ex ministro della Sanità, Rosy Bindi. Il Tar del Lazio riconosce infatti che il decreto sull'obbligo di scelta per i medici universitari tra attività intramoenia o extramoenia è «in contraddizione» con la Costituzione. Violerebbe diversi articoli del dettato costituzionale e, ancora, non avrebbe permesso ai medici di scegliere in piena libertà, visto che la mancanza di strutture adeguate negli ospedali ha reso ancor più cervellotica la decisione di ogni singolo medico. Per tutto questo, la materia viene rinviata alla Consulta che a questo punto dovrà pronunciarsi: è costituzionale o no (come pare ritenere il Tar del Lazio) la riforma Bindi?

Anche il nuovo ministro della Sanità, Umberto Veronesi, in una delle prime uscite pubbliche appena nominato al posto della Bindi, aveva puntato l'indice sulle difficoltà di attuazione della riforma, in particolare per la mancanza di strutture negli ospedali. Ma l'ordinanza della Terza sezione del Tar del Lazio - presieduta da Luigi Cossu e composta da Bruno Mollica e Antonio Sovo Amodio - che risale addirittura al 29 Marzo scorso ma la cui motivazioni sono state rese note solo ieri, è una sorta di bomba atomica sulla riforma. Di fatto, si accoglie il ricorso presentato da Luciano Cerulli, ordinario di medicina e chirurgia all'università di Tor Vergata a Roma e si rileva che l'obbligo per i medici universitari di dover scegliere se svolgere l'attività nelle strutture pubbliche o in quelle private, senza considerare la disponibilità delle strutture, è in piena contraddizione con il dettato costituzionale. In particolare, si violerebbe l'articolo tre della Costituzione il quale stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza alcuna distinzione. In più, «è compito della Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale». Ed è proprio questo passaggio che ha indotto il tar del Lazio a chiamare in causa i giudici dell'Alta Corte.

«Sembra ravvisabile - scrivono infatti i magistrati amministrativi - un'intrinseca contraddittorietà nella parte in cui il decreto introduce il censurato termine "perentorio" omettendo di subordinare o comunque correlare l'opzione alla concreta disponibilità delle strutture». Il decreto della Bindi contrasterebbe poi anche con l'articolo 97 della Costituzione che impone agli uffici pubblici di essere organizzati in modo da assicurare il loro buon funzionamento.

Ma non finisce qui. Il provvedimento sull'incompatibilità dell'attività medica striderebbe con un altro articolo della Costituzione. Esattamente il numero 33 sulla libertà di insegnamento per le arti e le scienze. In sostanza, il decreto appare lesivo del principio che caratterizza l'attività dei medici universitari quando subordina alla scelta dell'esclusiva del rapporto con le strutture pubbliche l'attribuzione a professori e ricercatori di incarichi di direzione di struttura.

Scrivono i giudici amministrativi: imporre questo obbligo «appare con tutta evidenza lesivo di quel principio di compenetrazione tra attività sanitaria assistenziale e attività didattica e di ricerca che è il dato caratterizzante dei sanitari universitari». Insomma, la norma rischia di «assoggettare» l'attività del sanitario universitario alle decisioni organizzative del direttore generale di un'azienda ospedaliera. «Ne discende, quindi, la possibile incidenza delle decisioni del direttore generale sulle scelte didattiche riservate all'istituzione universitaria». In altre parole, l'attività di insegnamento «appare suscettibile di condizionamenti» in relazione alla determinazione di un direttore generale di una struttura pubblica che ha come obiettivo progetti ospedalieri e non un programma didattico e scientifico.

Per finire, il Tribunale amministrativo del Lazio sottolinea il possibile contrasto anche con l'articolo 76 della Costituzione sull'esercizio della funzione legislativa al governo. Questa possibilità, infatti, deve essere concessa in base a determinati principi, per un tempo limitato e per oggetti definiti. Il decreto Bindi, invece, sembrerebbe andare oltre questi limiti.

Soddisfazione per la sentenza del Tar è stata espressa da Mario racco, avvocato che rappresenta numerosi professori. «Quello che viene chiesto ai docenti universitari - precisa Racco - è in pratica un salto nel buio. Si pretende un'opzione virtuale senza conoscere a quali condizioni e con quali limitazioni potranno svolgere non solo la propria attività didattica, ma anche di disporre degli spazi per sviluppare la produzione scientifica». Ma a questo punto tocca alla Consulta dipanare i nodi. Che non sembrano tra i più facili a sciogliersi. E che rischiano di colare a picco la riforma tanto cara al centro-sinistra.


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