La cosiddetta "scelta" dei medici: una mistificazione?

di Sergio Coccheri
Professore Ordinario e Primario
Università di Bologna


Riferendosi alla cosiddetta “scelta” della maggioranza dei medici degli Ospedali per il “rapporto esclusivo” un Primario, Parlamentare del Polo, ha detto assai bene: “l’ordine regna a Varsavia”. Vediamo perché.

Molti medici hanno dunque optato per il “rapporto esclusivo”. Ma si è trattato veramente di una libera scelta? La legge prevede per chi vuole mantenere una attività professionale esterna all’Ospedale, cioè vuole optare per il rapporto “non esclusivo”, pesanti decurtazioni salariali a fronte di impegni d’Ospedale invariati . Inoltre viene inibita a chi fa questa scelta qualsiasi progressione di carriera. Di più, se è già primario viene immediatamente rimosso dall’incarico e destinato ad un limbo di compiti imprecisati. Quindi, una vera e propria degradazione sul campo.

La perdita della posizione direttiva è doppiamente penalizzante per il Professore Universitario di materia clinica, che è assoggettato alla normativa Ospedaliera in quanto svolge di regola funzioni primariali. Infatti, non potendo più organizzare il Reparto in modo che l’assistenza qualificata ai pazienti possa divenire oggetto di insegnamento e ricerca, di fatto non può più svolgere efficacemente i suoi compiti universitari. Proprio per protestare contro questa pesante ingerenza della normativa Ospedaliera sulle funzioni universitarie, ingerenza che il Ministro Zecchino ha dovuto evidentemente subire, e non per difendere dei privilegi, molti docenti hanno fatto ricorso al TAR.

Ma cosa offriva il Ministro Bindi sull’altro piatto della bilancia? Un aumento dello stipendio, comunque ben al di sotto degli standard europei, in cambio dell’accettazione immediata e irreversibile di una attività “libero” professionale interna.

Intendiamoci: il principio che il Medico Ospedaliero svolga la sua libera professione all’interno è una conseguenza della aziendalizzazione degli Ospedali. Esso è in sè accettabile purché realizzato in modo adeguato, come avviene in vari Paesi avanzati. Per intenderci, la libera professione interna non può essere svolta senza la disponibilità di strutture e di personale che la rendano efficiente, decorosa, e autonoma rispetto alle altre attività. Nella stragrande maggioranza degli Ospedali Italiani queste condizioni, di cui si parla da anni, non sono ancora state create, tanto è vero che vengono autorizzate soluzioni intermedie, ibride e inaccettabili. Pubblico e privato possono convivere negli Ospedali solo in una netta distinzione interna: altrimenti finiscono per inquinarsi a vicenda in una commistione che, giustamente, genera disorientamento e disgusto negli utenti del Servizio Pubblico. Attenzione quindi: una applicazione frettolosa e approssimativa può screditare irrimediabilmente il principio che si vorrebbe affermare.

In sostanza il Ministro ha costretto i medici ad una opzione “al buio” e quindi a una “non scelta” o a una “scelta impossibile”.

Ma a tutto ciò corrisponderanno almeno miglioramenti delle prestazioni degli Ospedali e, in definitiva, reali benefici per i pazienti?

Spostare l’attività libero-professionale dei medici dall’esterno all’interno dell’Ospedale non può avere di per sé alcun effetto positivo sulla parte principale dell’attività Ospedaliera. Ci vorrebbero ben altri provvedimenti, capaci di incidere veramente sull’organizzazione interna dell’assistenza medica, risolvendo ad esempio la drammatica carenza quantitativa degli infermieri, gravemente al di sotto degli standard Europei. Che poi la libera professione interna determini uno sfoltimento delle liste di attesa è una vera e propria mistificazione. Si vuole forse dire che qualcuno cercherà di indurre i pazienti a pagare tariffe privatistiche per farsi visitare prima? Finora, se lo facevano i medici, era un reato. Oppure si intende trasformare in modo strisciante l’attività libero professionale dei medici in uno straordinario improprio, comunque oneroso per gli utenti?

Si tratta di prospettive inquietanti, ma connaturate ad una legge la cui filosofia di fondo, neppure tanto mascherata, è la totale trasformazione del medico in lavoratore dipendente. La legge vuole dunque sancire la fine di una professione: le professioni danno fastidio ai regimi in quanto sono aree di libertà e indipendenza, e forze di stabilità sociale nei confronti dello strapotere della politica e dei grandi sistemi burocratici e aziendali. Meglio dunque cancellare ogni traccia residua di “Professione medica” e spingere i medici, soprattutto quelli più giovani, verso un lavoro totalmente dipendente che assicura il massimo di crescita del potere politico e sindacale. Ma il rischio, veramente grave, è che scomparendo la “professione” vada fatalmente a estinguersi, nel medio termine, anche la “professionalità”.


Ritorno alla Pagina precedente