GLI OSPEDALI CHE VORREMMO di Pierluigi Visci, il Resto del Carlino, Giovedì 16 Marzo 2000

da "il Resto del Carlino", Giovedì, 16 Marzo 2000


GLI OSPEDALI CHE VORREMMO

di Pierluigi Visci


Litigano il ministro della Sanità e i baroni in bianco. Si accapigliano accademici e sindacalisti. Si insultano i politici delle due schiere. La medicina, per fortuna, racconta anche altre storie. Come quella di Giorgia. Messinese, undici mesi di vita, otto chili di peso, Giorgia è nata con una duplice malformazione cardiaca congenita. Ieri ha ritrovato il sorriso a Milano. Sorride al dottor Mario Carminati, chirurgo di fama internazionale, che con un duplice, contemporaneo intervento - unico al mondo - l'ha salvata.

Nel giorno delle opzioni per stare di qua o di là, meglio se di qua e di là, con i dottori che sono apparsi più sensibili alla bottega che a Ippocrate, un medico né universitario né ospedaliero, in una struttura assolutamente privata - l'Istituto Policlinico San Donato - convenzionata con le università di Milano e Pavia e con il servizio sanitario nazionale, ha ridato il sorriso a Giorgia. Che, per inciso, non ha pagato neppure una lira. Al di là delle etichette, è questa, e solo questa, la sanità che vorremmo. Una storia che ci dice quanto l'integrazione tra il pubblico e il privato - se il pubblico è sensibile e moderno e il privato in grado di investire risorse economiche e professionali - può essere positiva. Volendolo.

E su questo terreno, proprio prendendo spunto dalle cosiddette incompatibilità, abbiamo perso quasi un decennio sul terreno delle riforme. Tra proposte innovative e barricate. Hanno resistito gli ospedalieri, convinti alla fine da un sostanzioso nuovo contratto (pur dovendo dire che ha corretto trattamenti economici che dagli anni '70 sono stati modesti, quasi offensivi). Continuano a fare le barricate i baroni e i baroncini delle nostre università, che trovano sulla loro strada comprensivi giudici amministrativi, maestri del cavillo. Modernizzatori a parole, in realtà fautori dell'immobilismo.

Cattedratici che hanno issato il vessillo della libertà e denunciato il cortocircuito tra didattica, ricerca e assistenza che si verificherebbe con la scelta dell'incompatibilità. Ci chiediamo: l'assistenza si fa forse solo nelle ore pomeridiane e nello studio privato? Credevamo si facesse nelle stanze e nelle corsie dei policlinici.
E' probabile che il ministro della sanità, Rosy Bindi, non sia esente da colpe per il caos e il clima da "guerra" di questi giorni. Sicuramente ha sfoggiato, com'è nel suo carattere, una grinta eccessiva nell'imporre l'applicazione delle scelte (passate peraltro in Parlamento) della riforma e del contratto. E' anche possibile che in qualche misura sia una inguaribile sognatrice che tenta di imporre un cambiamento radicale a una organizzazione obsoleta, carente, pressappochistica per strutture e mentalità. In un Paese dalle mille realtà diverse, con regioni che fanno segnare picchi di modernità e di efficienza e altre che fanno concorrenza al Terzo mondo. E tuttavia un momento di svolta doveva essere segnato e il principio - come dall'altra parte della barricata politica riconosce l'ex ministro della sanità Raffaele Costa, che di burocrazie se ne intende - andava affermato e difeso. Non si può stare, allo stesso tempo, nel pubblico che protegge e nel privato che arricchisce. Quante storie abbiamo raccontato di medici, sicuramente quelli con meno scrupoli, che traghettavano clienti dall'ospedale alla clinica, in nome di una maggiore efficienza e rapidità di intervento. Racconteremo, e denunceremo, le storture nell'applicazione del nuovo sistema, perché ce ne saranno. Di natura colposa, speriamo non dolosa. Non risolveremo d'incanto i problemi delle liste d'attesa, che continueranno ad esserci. Così come saranno evidenti le carenze delle strutture pubbliche nell'organizzare l'attività privatistica dei medici che hanno scelto l'"intramoenia". Ci vorrà tempo e volontà. E speriamo che stavolta le regioni e le aziende sanitarie, dotate di strumenti più privatistici, diano risposte di efficienza. Se l'hanno fatto in Veneto, in Friuli, in Lombardia sarà possibile anche altrove. Tanto nel Nord progredito, quanto nel Sud che arranca. E saranno loro, i medici, i veri protagonisti. Pensando un po' più a Ippocrate, un po' meno alla bottega.


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