da "il Resto del Carlino", Giovedì, 16 Marzo 2000
I rettori in guerra con la Bindi
«Pronti a ricorrere al Tar»
MILANO Rosy Bindi ha detto stop: da ieri «chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori». Ma il fischio finale del ministro della Sanità non ha impensierito più di tanto i luminari della medicina.
Tra mancate risposte, ricorsi e richieste di riapertura dei termini, i camici bianchi mantengono un nutrito fronte di resistenza al decreto Bindi. E anche se il ministro avverte che ormai «la legge non è cambiabile più da nessuno, né da lettere dei rettori, né da ordinanze dei Tar», proprio autorevoli rettori universitari si dicono convinti che la partita è tutt'altro che chiusa.
«Giuridicamente non si può sostenere che un'ordinanza come quella del ministro si applichi automaticamente a tutti quanti dichiara Fabio Roversi Monaco, rettore dell'Università di Bologna . I professori universitari hanno un certo status che li caratterizza. Le violazioni, soprattutto se affrettate, introducono elementi di conflittualità che si traducono in ricorsi. E dal momento che gli organi giurisdizionali rispettano solitamente i diritti acquisiti, è facile prevedere che saranno riconosciute le ragioni di chi ricorre».
Ancora più esplicito Pasquale Mistretta, rettore dell'Università
di Cagliari: «Finirà all'italiana, come si suol dire. I ricorsi ai Tar si trascineranno
per molto, e molta acqua sarà messa nel vino del ministro Bindi».
Mistretta riconosce che la Bindi «ha agito coerentemente con i suoi ben noti
orientamenti, che in qualche modo sfruttano un vantaggio di immagine presso l'opinione
pubblica: è duro a morire il cliché del barone della medicina nullafacente e in fondo
responsabile della malasanità. Ma è un cliché che non risponde alla realtà».
Roversi Monaco si dice anche «teoricamente d'accordo» con il ministro sul principio di
far scegliere al medico se esercitare la libera professione dentro o fuori l'ospedale.
«Il principio però, per essere attuato, richiederebbe per prima cosa che si creassero
negli ospedali strutture distinte ed efficienti dove esercitare l'opzione intramoenia. Dal
momento che strutture adeguate esistono soltanto a Pavia, ne consegue che esasperare in
questa fase il problema della scelta serve solo a far ribollire le acque».