da "il Resto del Carlino", Domenica 1 Aprile 2001
L'ateneo accetta la «Bindi»
Dopo cinque mesi di gestazione, martedì scorso i quattro rettori degli atenei regionali sedi di facoltà mediche (Bologna, Ferrara, Modena e Parma), hanno firmato insieme all'assessore regionale alla Sanità, Giovanni Bissoni, il «Documento applicativo degli articoli 5 e 6 del decreto 517 (legge Bindi) all'interno del protocollo d'intesa con la Regione.
Il cuore del documento è dato dall'adeguamento del trattamento economico dei docenti universitari che fanno attività assistenziale nelle stutture sanitarie. L'accordo va a sanare una situazione molto sbilanciata in quanto i medici ospedalieri ricevono già questo tipo di integrazione dal gennaio dell'anno scorso. Il trattamento aggiuntivo di incarico va da minimi di 4 milioni e 700 mila lire l'anno a massimi di 13 milioni. Nel complesso, per quanto riguarda il Policlinico Sant'Orsola, la cifra si aggira tra gli otto e i dieci miliardi.
Secondo il professor Roberto Corinaldesi, delegato del rettore per questa trattativa «si tratta di una vittoria importante perché abbiamo strappato alla Regione il massimo possibile, secondo il contratto collettivo nazionale, sia per l'indennità di posizione sia per l'esclusività».
Ma ci sono alcuni elementi che suscitano qualche perplessità. In particolare c'è una dichiarazione, allegata al documento del solo rettore Pier Ugo Calzolari. Il quale, nell'affermare che il protocollo «non sia strettamente indispensabile» afferma di firmarlo per «non ritardare ulteriormente il trattamento economico aggiuntivo al personale medico universitario» e conclude ricordando «che l'impegno non mi esonera dall'acquisire il parere degli organi accademici collegiali dell'università». Sarà interessante sentire il parere della facoltà medica bolognese che si era sempre opposta all'attuazione della legge Bindi. Sembra che la conferenza nazionale dei presidi fosse contraria alla firma dei protocolli e anche il comitato medico all'interno della Conferenza dei rettori fosse orientato sul no.
C'è poi un'altra coda che accenderà polemiche. Riguarda una sentenza della Consulta relativa alla permanenza in servizio dei primari tra i 70 e i 72 anni di età. Le aziende sanitarie applicando la legge li mandano in pensione al compimento dei 70.
La Corte Costituzionale invece ne consente l'attività fino ai 72 anni, a meno che nel frattempo non siano stati firmati i protocolli attuativi che disciplinino diversamente la materia. La firma della scorsa settimana mette definitivamente fuori gioco un certo numero di primari di grande fama che non avevano alcuna intenzione di farsi da parte prima del tempo.